Perdere un pezzo. Un week-end all’ insegna del Fuoristrada e delle casualità assurde.

Sabato mattina l’appuntamento. Sul presto, per aver abbastanza tempo per eventuali intoppi.
Eeh si sa..nelle endurate di lungo raggio l’imprevisto è dietro ogni curva.

Alle 6:30 di sabato accesi il fornello, misi su l’acqua per una pasta.
La mia mente era ancora offuscata dal sonno, passarono alcuni minuti, ma li vissi come ore.
Tempo di mangiare una pasta e 4 uova e saltai in sella alla mia puttanona.

Mi diressi da Emilio, verso Pecetto per l’appuntamento fissato per le ore 8:00.

L’aria fresca della mattina risvegliava la mia mente..

Appena arrivai, il primo intoppo. A tutti i costi Emilio voleva portare con noi il nostro amico Rigoni, che stava ancora dormendo nel letto in dolce compagnia.
Inzialmente pressai per partire, anche perché: che cazzo mi sveglio alle 6:30 di sabato se poi devo aspettare i porci comodi degli altri?

Va beh, aspettammo. Per gli amici questo e altro.

Ovviamente Rigoni, nonostante abbia 5 mezzi, è sprovvisto pure della moto, mi tocca pure imprestargli il mio amato KLE500.
Sapete, lui nel tempo libero si diverte a smontare i suoi mezzi, ma peccato sia sempre occupato quando è il momento di riassemblarli.

Dopo vari giri tra casa mia, casa di Rigoni e di Emilio, finalmente partimmo alla volta di Calizzano!
In tutto questo Rigoni mi si presentò con stivali da cross, jeans, giubbotto in pelle e due zaini.
Uno davanti e l’altro dietro con forse 10 litri di benzina, ha sempre la fobia di rimanere a secco.
Si lo so, è un personaggio strano, ma molto strano.
Lui è uno di quei motociclisti vecchio stile, non bada all’abbigliamento, ne al mezzo. Per lui l’importante e dargli solo del gas, ma è davvero parecchio matto: vi dico solo che non allaccia il casco perché dice di non esserne capace!

Ma noi lo adoriamo perché ogni volta ci regala delle emozioni incredibili. Pure troppe.

La nostra idea era di andare fino a Calizzano per poi fare una toccata e fuga al mare, Domenica.
Per i primi chilometri seguimmo delle tracce trovate su Wikiloc, ovviamente ignari del tutto ci ritrovammo nel parco del fiume Po’, per chi non lo sapesse, assolutamente vietato.

Trovammo un altro percorso e dopo pochi chilometri, Rigoni ed Emilio ingaggiarono una bagarre all’ ultimo sangue.
Io da dietro mi godetti lo spettacolo, ovviamente tenendo le giuste distanza di sicurezza.

Stranamente i due dopo poco rallentarono, gli ero dietro, Rigoni davanti accennava a fermarsi.
Un attimo e.. Tac!
L’anteriore del famigerato KLE si chiude, complice la gomma e la scarsa aderenza dell’erba bagnata.
In un attimo Emilio da buon amico gli dette una pacca sulla schiena con l’anteriore e per non farlo sentire solo e si buttò anche lui a terra!

Da dietro me la ridevo.

Dopo poco però mi accorsi quasi subito che Rigoni non stava proprio bene.
Era pallido come un norvegese in inverno.

Come Troy Bayliss

Mi mostrò la mano cercando di farmi capire che si era fatto male.
Ammetto che vedendola mi resi subito conto:

Cazzo..aveva perso una falange!

Ma come sempre, per non farmi prendere dalla paura, iniziai a scherzare dicendogli che solo una ragazzina avrebbe accusato una così piccola perdita!
Nel giro di poco per, crollò a terra, come fece pochi minuti prima, ma questa volta senza esser in sella alla moto.

Andai da Emilio, ancora a terra un po’ più in la (dopo la caduta usò, per non sentirsi in colpa della pacca, la solita scusa dell’altro bimbo che si è fatto male) e gli dissi che era più grave del previsto, ma anche lui aveva già capito.

Tempo di far riprendere Rigoni, fargli una medicazione e di ritrovare anche la falange, rimasta nel guanto strappato, ci dirigemmo in fretta e furia verso il primo ospedale.
Non si sa come sia riuscito a guidar la moto per questi pochi interminabili chilometri.
Lui è uno di quei duri che si incontrano raramente.
Compresa la gravità dell’accaduto, gli infermieri visitarono subito Rigoni, ma ahimè, dopo una breve consulto telefonico con il CTO di Torino, ci comunicarono l’impossibilità di riattaccare la falange.

Come Troy Bayliss

Avvisammo il cognato di Rigoni che nel giro di poco si presentò col furgone, caricò la moto e dopo un ultimo consulto riportò a casa il nostro nuovo Troy Bayliss.

Rimanemmo Emilio ed io, erano le 12 circa.
Decidemmo di ripartire per la nostra meta, anche se un pochino toccati da quanto fosse successo.
In due aumentammo il ritmo di marcia, riducendo le soste al minimo.
In pochissimo arrivammo oltre Alba, il tracciato sembrava fatto da un ubriaco che vagava nel buio di notte, ma nonostante tutto non battemmo ciglio.

Mentre osservavo Emilio che cercava di capire dove fosse il passaggio della traccia, il telefono squillò.
Risposi, era Lei.

In poche battute, non so neanche come, mi disse che era finita.
Io ci avevo provato una settimana prima, ma non aveva voluto che la mollassi.
Strane le donne.
Fu molto bello da parte sua farlo al telefono, almeno io ci avevo messo la faccia.
Fa nulla, NEXT ONE!

Riprendemmo a divertirci.
Il sole ci scaldava e le strade da scorrevoli, si fecero sempre più strette e fangose, in un attimo fu notte.
Come preferisco fare in questi casi, ci ributtammo in strada verso Calizzano.

Come Troy Bayliss

Come Troy Bayliss

Arrivammo con l’imbrunire.
Ci accolse subito il fratello di Emilio con della salsiccia e del buon vino. In un attimo mi ritrovai a pancia piena a dormire davanti alla stufa. quanto amo il calore unito al crepitio della legna che arde.

Le prime luci risvegliano il mio corpo, stanco e ancora provato dal vino.
Dopo la giornata precedente ricca d’emozioni ed imprevisti, ero già esausto.
Emilio come sempre non molla mai un colpo, chissà cazzo mangiava da piccolo.

Ci arrampicammo su per le colline di Calizzano e ci accorgemmo che la neve era ancora li.
Ahimè avevo le gomme belle lisce e i santi volavano facilmente come del resto la mia moto.
Non so quante volte ho rialzato quei 200kg.
Mentre Emilio si dilettava sulla neve col suo 690 io mi dilettavo a imprecare per la bella giornata di Enduro!

Come Troy Bayliss

Come Troy Bayliss

Dopo varie peripezie riuscimmo a tornare sani e salvi verso Torino.

Una storia assurda che ho voluto condividere con voi dopo un po’ di tempo.
Il bello dell’andare in moto in Offroad è perdere per poi ritrovare, un po’ come in tutto il resto.